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Michele Profeta

Con la lettura di una breve dichiarazione spontanea, il serial killer Michele Profeta dichiara alla corte: <<Il contenuto delle lettere contengono la mia confessione in merito ai fatti addebitatimi.>> Termina così una vicenda che ha sconcertato l’opinione pubblica italiana a cavallo degli anni 2001/2004. Michele Profeta, spietato assassino, fu conosciuto come il Serial Killer delle carte da gioco e terrorizzò Padova per alcuni anni. A differenza di molti suoi “colleghi” cominciò a fare vittime in età avanzata. L’uomo nasce a Palermo, nell’ottobre del 1947. Figlio di una famiglia medio borghese. Fin da bambino vive un grande conflitto di inferiorità nei confronti del fratello maggiore, Maurizio, continuamente presentato dalla madre come irraggiungibile modello di riferimento. Dopo aver frequentato i primi anni delle elementari presso una scuola pubblica, i genitori decidono di iscriverlo alla scuola privata “Don Bosco”. I coniugi Profeta hanno già pianificato la vita dei loro figli: diventeranno persone rispettate e ben retribuite. Ma sia Michele che Maurizio si fermano al diploma. Maurizio trova lavoro in banca; Michele, invece, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, ma non porterà mai a termine gli studi. Per volere della madre quest’ultimo è costretto a lasciare anche il suo grande amore, Concetta, una ragazza di un rango sociale molto basso e quindi a lui non adeguata. Poco dopo, Profeta incontra e sposa Adriana, dalla quale ha due figli. La separazione giunge comunque in breve tempo. Una volta libero dal suo matrimonio, e dal peso dei suoi genitori, Michele riprende il rapporto con Concetta. La sposa nel 1979, diventa padre di altri due figli. Le cose sembrano andare per il verso giusto: la donna che ha sempre amato è diventata sua moglie e madre dei suoi figli, è impiegato presso una società immobiliare, chiude parecchi contratti e guadagna molto bene. Ma una notte insonne lo porta a scoprire una cruda verità: la donna che ha sposato e credeva di conoscere non esiste, la realtà, quella che emerge dai diari trovati nella sua libreria, è ben diversa... Tutto si sgretola, il suo amore per Concetta si muta improvvisamente in ripudio, il lavoro comincia a fare acqua da tutte le parti. A causa di una condanna in un processo civile, Profeta non può più essere titolare di agenzie immobiliari. Poco tempo dopo, un azzardo pubblicitario addirittura costringe lui e il socio a dichiarare fallimento. Ritrovatosi senza lavoro, decide di mettersi in proprio, optando per il settore finanziario. Conosce così Antonella, che rimarrà per lui un punto di riferimento anche dopo l’arresto. Non avendo il coraggio di lasciare Concetta, però, comincia ad avere una doppia vita: due donne che ignorano l’una l’esistenza dell’altra. Dopo l’ennesimo fallimento lavorativo Michele lascia definitivamente la Sicilia, sistema le due donne in due città lontane e trova lavoro presso un’agenzia immobiliare. Le cose sembrano andare bene fino a quando non viene licenziato e si ritrova di nuovo sull’orlo baratro: senza una lira, due famiglie da mandare avanti. Deve trovare una soluzione, e l’unica a cui giunge è folle e senza speranze: inizia così il suo percorso da omicida seriale. Il primo omicidio. L’11 gennaio 2001. Alla questura di Milano arriva una lettera di avvertimento:

“Questo è un ricatto vogliamo 12 miliardi altrimenti uccideremo delle persone a caso in qualsiasi città sarà un bagno di sangue dovete pubblicare questa inserzione sul corriere della sera: offresi tornitore specializzato 12 anni di esperienza e un numero di cellulare - entro il 15-01-01 se non ubbidirete dopo le prime uccisioni manderemo copie alla tv e giornali e magari a qualcuno verrà voglia di imitarci scateneremo il terrore.”

Il 15 gennaio, come richiesto, vengono pubblicati l’annuncio e il numero di cellulare, ma le telefonate che seguono sono tutte da parte di persone effettivamente interessate all’impiego proposto. Il 29 gennaio 2001, la polizia riceva una segnalazione per un taxi fermo con a bordo una persona esanime. Il quarantunenne Pierpaolo Lissandron giace all’interno della vettura, colpito da un colpo di pistola alla nuca. Morirà poco dopo il ritrovamento, senza aver ripreso conoscenza. La sparizione del suo portafogli fa pensare a una rapina, ma l’ipotesi viene confutata il primo febbraio, quando arriva alla questura di Milano arriva una seconda lettera:

“Continueremo fino a quando non pubblicherete sul corriere della sera questa inserzione: offresi tornitore specializzato 12 anni di esperienza e un numero di cellulare Padova 1.”

Passano dodici giorni. L’11 febbraio, Walter Boscolo, agente immobiliare, viene ritrovato riverso in una pozza di sangue in un appartamento di Via San Francesco. Come nel caso di Lissandron, l’uomo era stato ucciso con un colpo d’arma da fuoco alla nuca. Stavolta però, il serial killer non ha inscenato una rapina. Accanto al cadavere ha lasciato due carte da gioco: un re di quadri e un re di cuori; in una busta c’è un bigliettino e due righe scritte con un normografo: “Anche questa non è rapina contattate il questore di Milano.” Gli indizi a disposizione degli inquirenti sono pochi, ma si sa che alle 12:30 Boscolo aveva appuntamento con un presunto cliente, tale signor Pertini. Si indaga in questa direzione e si scopre che la telefonata è stata effettuata da un telefono pubblico posto presso il Pronto Soccorso dell’ospedale di Noventa Vicentina. Dallo stesso telefono risultano partite svariate altre telefonate ad agenzie immobiliari, e tutte effettuate sempre dal sedicente signor Pertini. È questo l’errore che incastra Profeta. Il 18 gennaio, infatti, utilizzando lo stesso falso nome aveva incontrato Leonardo Carraro, agente immobiliare, in una casa in via Marostica. A questo incontro ne erano seguiti altri due. Carraro, anche se non lo sa, ha visto il killer in faccia ed è capace di riconoscerlo. Tra le chiamate effettuate dal Pronto Soccorso, gli inquirenti ne notano una molto strana, diretta a Palermo: il numero appartiene a un certo Giovanni Profeta. A essere sospettato è allora il fratello di quest’ultimo, Michele, residente a Mestre. Scatta immediatamente il mandato di cattura. Profeta viene così arrestato il 6 febbraio 2001, mentre esce dagli uffici di una società di servizi finanziari. Si dichiara innocente, ma nella casa in cui vive con Antonella Gemmati vengono ritrovati una pistola e una scatola di cartucce compatibili con quelle che hanno ucciso Lissandron e Boscolo, e un mazzo di carte dove mancano i quattro re. Quello di fiori verrà ritrovato successivamente nella sua macchina, insieme al normografo e della carta da lettere. Le prove sono inequivocabili: Michele Profeta è il serial killer. A inchiodarlo sono pure le dichiarazioni della sua compagna, la quale afferma che tra il 3 e il 15 gennaio egli si trovava a Milano, per fantomatici impegni di lavoro. Il collega Vincenzo Bozzi inoltre dice di averlo accompagnato all’ospedale di Noventa Vicentina l’8 febbraio, nell’orario in cui erano state effettuate tutte le telefonate alle varie agenzie. Il quadro è ora completo. Profeta viene trasportato nel carcere “Due Palazzi” di Padova. Dopo due mesi di processo e quattordici udienze, viene condannato all’ergastolo e a due anni di isolamento. Elena Martello, il suo avvocato, decide di ricorrere in appello, chiedendo che vengano effettuate delle perizie psichiatriche. Durante la sua detenzione, Profeta viene sottoposto a varie analisi psichiche, si tenta di comprendere cosa l’abbia portato a uccidere. Ne viene fuori una personalità affetta da manie di grandiosità, compiaciuta dell’attenzione che la sua vicenda sta riscuotendo. Profeta gestisce i colloqui indirizzandoli dove più gli piace, discorre di sé e della sua vita in termini sublimi; ma contrapposta a questa magnifica e inesistente realtà c’è la vita vera, fatta di fallimenti amorosi e lavorativi, e soprattutto segnata dal forte senso di inferiorità nei confronti del fratello. È questa continua frustrazione delle sue aspirazioni di eccellenza che l’ha spinto all’omicidio. Ma la sensazione di onnipotenza non lo abbandona nemmeno in carcere. Profeta non si arrende, prova un tentativo di fuga con una limetta nascosta nel portaocchiali. Con questo piccolo arnese tenta di segare le sbarre del bagno, di notte, fino a quando non viene scoperto. Viene per questo trasferito, il 2 luglio, nel supercarcere di Voghera. Davanti ai magistrati, dichiara ancora la sua innocenza; durante un colloquio col noto psichiatra Vittorino Andreoli, però, decide di confessare la sua colpevolezza. Ammette di aver ucciso, ma non riesce a capacitarsene: è andato contro i propri principi, la propria moralità!

«È come se fossi stato preda del Male, di un’entità che si era imposta e guidava il mio corpo e le mie azioni... I miei pensieri procedevano senza la mia partecipazione, come se qualche cosa scorresse su di me.»

Dalle sue confessioni di desume che ha compiuto i delitti in una chiara condizione maniacale, sopraffatto da deliri di onnipotenza che avevano preso il sopravvento sull’Uomo. Perduto il contatto con la realtà, non era più padrone di se stesso. Profeta ricercava l’Uomo assoluto, il supremo capace di donare e togliere la vita ai suoi simili. Le sentenze di Appello e Cassazione, comunque, confermano l’ergastolo. Egli dichiara: «Era meglio la pena di morte.» 16 luglio 2004 Michele Profeta sta sostenendo il suo primo esame universitario nella sala avvocati del carcere. Conosce bene l’argomento, sembra perfettamente a suo agio. All’improvviso però inizia a rantolare e si accascia. È l’ennesimo e l’ultimo fallimento, arrivato mentre stava rispondendo alle domande della commissione con tranquillità. Forse, la stessa tranquillità che aveva dimostrato nel freddare le sue vittime. La sua vita termina nel modo più inglorioso e anonimo.

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